14 gennaio 2010

 

Nota alle lezioni:

“Non prendermi alla lettera”

“Parol-iamo. La parola come gioco sul mondo”

 

 

 

Massimo Squillacciotti

 

 

 

Voglio qui spiegare il senso del titolo Non prendermi alla lettera della lezione tenuta a Siena il 20-21 ottobre 2009 presso il Dottorato di Ricerca in Antropologia, Storia e Teoria della Cultura, che sembra contrapporsi alla mia precedente lezione per “Le Parole, I Giorni. I Bisquizzi di Poggio Bonizzi” (Poggibonsi, 30 maggio 2008) dal titolo Parol-iamo. La parola come gioco sul mondo.

 

 

Nel primo intervento mi sono permesso di giocare lungo un percorso che vedeva il rincorrersi antagonistico di parola, immagine, scritture; antropologia, letteratura, arte, didattica, tradizioni culturali, commentando con altri detti quello che un primo detto poteva affermare con tanta sicurezza. Alcuni esempi:

– “Dimmi come parli e ti dirò chi sei”

– “In principio era il Verbo”

– “Se non hai nulla di più bello del silenzio da dire, allora taci”

– “Verba volant, scripta manent

– “Le tue parole erano pietre”

– “Lingua biforcuta” …

là dove la mia insistenza è stata quella di non subordinare la parola detta alla parola scritta, perché la subordinazione anche reciproca tra l’una forma e l’altra, tra dire e scrivere seleziona ed indirizza la competenza sociale e l’azione cognitiva alla persona, togliendo al gesto (già il semplice gesto dello scrivere) il suo far parte del corpo… In questa lezione, in sostanza, mi sono mosso seguendo la suggestione dall’idea di Albert Einstein che “La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo”: da qui la “parola come gioco sul mondo” seguendo immagini interiori, visioni ed immaginazioni come stimolo ad una indagine fuori dagli schemi, ancorché qui giocosa.

 

L’altro intervento – il secondo in ordine cronologico – ha preso le mosse dal voler presentare in maniera più sistematica il potere delle forme espressive del pensiero a seconda dei contesti culturali, delle tecnologie della comunicazione, dei meccanismi della stessa espressione. Da dove nasce la parola, il suo essere prodotta in contesti e situazioni, il suo scaturire da immagini mentali, le sue diverse funzioni sociali e comunicative, in diversi tipi di relazione con le specifiche forme di scrittura che in quei contesti e situazioni sorgono. Da qui i concetti di affordance e di artefatto cognitivo con il compito di presentare alcune questioni preliminari di fondazione di un discorso sulla cognizione, dal punto di vista etno-antropologico.

Ma non solo: sapevo che il mio intervento sarebbe stato preceduto dalla proficua lezione di Carlo Ginzburg dal titolo “La lettera uccide. Su alcune implicazioni di 2 Cor 3, 6”, che ho seguito attentamente ammirandone profondità ed acutezza, e quindi mi sono permesso un nuovo gioco, almeno nella forma del titolo, accettando che “Due contrapposti fanno un trio”, come titola Andrea Granchi una sua stampa (2006) da me presa come incipit visivo della lezione.

Certo le questioni poste dalla sua lezione sono state di altro tipo nella ricostruzione filologica e storiografica della questione posta da Paolo apostolo nella sua seconda Lettera ai Corinzi:

 

Dalla seconda Lettera di Paolo apostolo ai Corinti (II 3, 6) nella edizione della Conferenza episcopale italiana (1974):

 

“La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. E’n noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulla carne dei vostri cuori. Questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà vita.” (nella edizione della Conferenza episcopale italiana, 1974).

 

Insomma, al di là del mio riconoscimento ed omaggio al prof. Ginzburg, chi volesse approfondire l’argomento dovrebbe partire proprio da questa sua lezione e poi confrontare le diverse edizioni “accreditate” dello stesso testo, come

 

(La Sacra Bibbia, Torino, Edizioni Paoline, 1969)

 

 

(Novum Testamentum graece et latine

Roma, Pontificii Instituti Biblici, 1964)

 

 

Epistula Beati Pauli Apostoli ad Corinthios secunda

Proj Korinxiouj b''

 

 

oppure confrontarsi con due libri diversi tra loro ma ugualmente suggestivi su questo tema:

 

Giovanni Lussu, La lettera uccide. Storie di grafica, Nuovi Equilibri, Viterbo, 2003 [1999]:

 

(Vedi scheda allegata, oppure vai a:  http://www.tecalibri.info/L/LUSSU-G_lettera.htm)

 

 

Daniele Del Giudice, Umberto Eco, Gianfranco Ravasi, Nel segno della parola, a cura e con un saggio di Ivano Dionigi, Milano, BUR, 2005:

 

(Vedi scheda allegata)

 

 

Come dire: il gioco continua, così come lo studio…

 

16 gennaio 2010

 

Oltre all'approfondimento filologico, il gioco della libera associazione di idee, il procedere secondo una "rete di connessioni simboliche" - come abbiamo chiamato in  antropologia cognitiva e della comunicazione questo metodo didattico e di ricerca - fa continuare questo gioco e questa Nota alla lezione dopo la recente presentazione ad Arezzo del libro di Forugh Farrokhzâd, È solo la voce che resta, con un riferimento alla Voce e al suo potere, come al Silenzio con tutte le sue implicazioni (come abbiamo giocato nelle lezione Parol-iamo. La parola come gioco sul mondo).

 

Ecco allora la proposta di due diverse uscite poetiche, quella di Forugh Farrokhzâd e, a seguire, quella cronologicamente precedente di Nazim Hikmet:

 

Forugh Farrokhzâd, È solo la voce che resta, Roma, Aliberti Editore, 2009, a cura di Faezeh Mardani (pp. 71-73):

 

                                                                                                                                                                                          

 

 

 

Poesie di Forugh Farrokhzâd sono state evocate/recitate da "Donne di Carta" e si possono ascoltare nel loro sito-video in you tube.

 

Nazim Hikmet, Poesie d’amore, Milano, Arnaldo Mondadori editore, 1963, traduzione di Joyce Lussu (1948, p. 37):

  

                     

 

 

 

 

E per finire questo secondo approfondimento, un pensiero di Luis Sepulveda: "Il silenzio è una parte sostanziale della comunicazione, anzi ne è la grammatica" (da un'intervista del 21 agosto 2009).